manifesto

Dal neo-liberismo al neo-laburismo

di Cesare Damiano

Alla radice del mio pensiero, così come della sinistra in cui mi sono sempre riconosciuto, c’è un principio riformista. Non estremista, non moderato. Siamo riformisti. E, in questa ala della sinistra, io posso definirmi come un riformista radicale.

Siamo immersi in un’epoca – che dura ormai da più di tre decenni – di dominio, sullo scenario politico, del neo-liberismo. E per conciliare la nostra natura riformista radicale con una nuova capacità di rispondere alle sfide che ci incalzano nel nostro tempo, sono convinto che si debba costruire una cultura politica di vasto respiro che definirei “neo-laburista”.
Per passare dalla fase storica dominata dalla cultura politica neo-liberista a una nuova fase, in cui assuma un ruolo da protagonista quest’altra cultura politica, neo-laburista, non basta però ricostruire un pensiero e delineare un’iniziativa relativi ai temi del lavoro e del Welfare State. Occorre invece dare avvio a un’opera di ricostruzione più ampia, che vada oltre i confini della politica economica e della politica sociale.

Il punto da cui dobbiamo partire, infatti, è squisitamente politico. Punto che consiste nell’acquisizione della consapevolezza del fatto che oggi, ad essere in crisi, è innanzitutto la politica in quanto tale. I partiti politici e l’attività che essi svolgono sono distanti dai cittadini, non li rappresentano. Tra le molteplici cause di questo fenomeno, ormai variamente avvertito in diversi paesi europei, una mi pare abbia un’importanza decisiva. Il superamento delle ideologie del Novecento, superamento che di per sé era assolutamente necessario, ha portato con sé la cancellazione dei valori. Ciò vale per la destra, ma vale soprattutto per la sinistra. Ne è derivata una politica tutta pragmatica, fatta di posizionamenti tattici, che ha come esito l’annullamento delle differenze tra destra e sinistra. In particolare, per la sinistra rinunciare al catalogo dei propri valori, ha significato dimenticare che essa stessa è nata per lottare per l’uguaglianza e per la difesa degli ultimi.

A causare questa crisi della politica sono però intervenuti anche altri fattori. Già alla fine degli anni 70 – anche come reazione al trentennio di espansione delle conquiste di carattere laburista, keynesiano, socialdemocratico che avevano marcato l’Occidente capitalistico – comincia a manifestarsi la penetrazione, sempre più diffusa, di una cultura liberista o, per meglio dire, neo-liberista. Cultura che si afferma su scala mondiale, assumendo il mercato come valore assoluto e accompagnando il prevalere di un nuovo capitalismo finanziario sul vecchio capitalismo industriale.
Questo nuovo capitalismo finanziario è, per sua natura, senz’anima. Il capitalismo industriale poteva avere un’anima di destra o un’anima di sinistra. Per stare all’Italia, pensiamo alle differenze, che erano certo ben visibili, fra Valletta e Olivetti. Ma entrambi quei capitalismi, l’uno brutale, l’altro carezzevole, avevano al fondo una stessa idea: e cioè che lo sviluppo del capitalismo coincidesse con il benessere dei lavoratori, in quanto consumatori inseriti in un mercato in perenne espansione. Il capitalismo neo-liberista, invece, mette la finanza al centro della sua visione del mondo ed è pronto, se occorre, a uccidere intere imprese manifatturiere. Non contempla quindi, neppure in via d’ipotesi, l’idea che il destino del capitalismo finanziario possa o debba coincidere con il benessere delle popolazioni.
Ed è proprio in una situazione dominata dall’egemonia della finanza, ovvero, per dirla brutalmente, in una situazione in cui comanda la finanza e non comanda la politica, che si genera inevitabilmente una decadenza della politica stessa.

Ma c’è poi un terzo aspetto della crisi della politica: non c’è più una visione delle questioni internazionali. Nei decenni successivi alla Seconda Guerra mondiale, l’egemonia politico-militare, culturale ed economica degli Stati Uniti, da un lato, e dell’Unione Sovietica, dall’altro, trascinava con sé due visioni del mondo. L’Occidente, dopo la vittoria sul comunismo, ha pensato che il problema fosse risolto. E ha perso lucidità nell’analisi delle successive trasformazioni.
Il pensiero politico prevalente si è incentrato su una coppia concettuale costituita da concorrenza di mercato ed esportazione della democrazia. Il primo concetto ha portato con sé il rischio di mettere in ginocchio le economie di qualità dell’Occidente, perché una competizione che punti tutto sul massimo ribasso dei prezzi della produzione e della manodopera è necessariamente nemica della qualità. Quanto all’esportazione della democrazia, si è rivelata un pensiero fallace, perché non ha tenuto conto delle differenze storiche e culturali che esistono tra diverse aree del mondo. Noi possiamo vivere la democrazia perché abbiamo alle spalle, in senso lato, la Magna Charta, l’Habeas Corpus, la Rivoluzione Americana, la Rivoluzione Francese. Per quanto riguarda specificamente l’Italia, abbiamo alle spalle le Cinque Giornate di Milano e lo Statuto Albertino, abbiamo Cavour che dice “libera Chiesa in libero Stato”, abbiamo Mazzini, Garibaldi e la Resistenza. Abbiamo alle spalle, insomma, un percorso lungo e accidentato che ci ha portato con fatica, e senza lasciarci del tutto immuni dai germi del totalitarismo, all’idea di democrazia.
Ora come si è potuto pensare di esportare, verso popoli che non hanno alle loro spalle questa stessa esperienza storica, un sistema complesso come quello della democrazia che è frutto, come si è appena detto, di un percorso plurisecolare?
Idee sbagliate ci hanno fatto dunque commettere degli errori imperdonabili. Da un lato, nessuno, in Occidente, è stato capace di prevedere le disastrose conseguenze dell’eliminazione di Saddam Hussein prima, e di Mu’ammar Gheddafi poi. Al crollo di queste tirannie non è seguita l’instaurazione della democrazia; al contrario, si è generato un caos sanguinoso. Dall’altro lato, abbiamo avuto un eccesso di fiducia nelle cosiddette “primavere arabe”, un po’ come quando la rivoluzione khomeinista fu salutata da molti commentatori di sinistra, in Europa, come l’avvento della libertà per l’Iran. Non avevamo capito che in quel caso, come in altri successivi, con la rilevante eccezione della Tunisia, a un precedente potere autoritario si sarebbe sostituito un autoritarismo anche più insidioso.
Le conseguenze di tutto ciò sono sotto i nostri occhi. Non ci sono più superpotenze, né élite politiche, che abbiano una visione globale. E infatti, la crisi della politica è dovuta anche al fatto che non ci sono più statisti. Con un’unica eccezione: il Papa. Che parla di una Terza Guerra Mondiale combattuta a pezzi e dice che bisogna fermare l’aggressore ingiusto, ma senza bombardamenti.

Se la sinistra riformista, socialdemocratica, socialista vuole ritrovare l’egemonia su un processo di trasformazione della realtà guidato da valori come quelli di giustizia e di uguaglianza; se si vuole dare avvio a una nuova stagione di cui sia protagonista un laburismo che non tenti di replicare il modello blairista, che non intercetta più i problemi del dopo crisi, ma non torni neppure indietro verso il rigido classismo delle origini; se non vogliamo tornare a un’antica idea della sinistra, che ci appare ormai ossificata, ma se al tempo stesso non accettiamo l’idea dell’annullamento delle differenze tra destra e sinistra; la sinistra stessa dovrà tornare a dotarsi di una sua visione del mondo, capace di confrontarsi con i problemi dell’oggi e del domani. Visione il cui primo tassello è quello della ricostruzione di un nuovo ordine mondiale.

Bisogna dunque chiedersi che cosa significhi costruire, come dice il Papa, un nuovo ordine mondiale. Vedo che comincia ad affermarsi l’idea che ci voglia una nuova Yalta. Un’alleanza di forze che, così come si fece nel corso della Seconda Guerra mondiale, si coalizzi contro il nuovo nazismo, costituito oggi dal cosiddetto Isis e da formazioni consimili. Perché il primo punto – se vogliamo ridare una speranza alle popolazioni colpite dall’offensiva del terrorismo jihadista, e se, allo stesso tempo, vogliamo affrontare a partire dalle sue cause il problema delle attuali migrazioni di massa dirette verso l’Europa – è far cessare le guerre che insanguinano il Medio Oriente e il Nord Africa.
Ora, per far cessare le guerre in corso in Siria e in Iraq, così come in Libia, bisogna fare la guerra. La guerra si fa in molti modi. Con l’intervento militare diretto, con l’intelligence, con forniture di armamenti. Ma anche facendo politica, facendo diplomazia. Per sconfiggere l’Isis, dobbiamo dare una mano alla costruzione di Governi di unità nazionale che siano in grado di soddisfare, quanto meno, le esigenze di pluralismo espresse in quei Paesi. E dobbiamo impegnarci per cooperare alla costruzione di nuovi equilibri regionali.
A parte ogni altra considerazione, è infatti del tutto evidente che è pura follia credere di poter arginare la marea umana, che parte dal Nord Africa e dal Medio Oriente per rovesciarsi sulle frontiere dei Paesi europei, costruendo mura di filo spinato. È ovvio che di fronte a guerre spietate come quelle che vengono oggi combattute in un’area che va dalla Nigeria all’Afghanistan, le popolazioni locali non possano far altro che reagire con emigrazioni di massa. La sinistra europea deve dunque avere la lungimiranza di capire che non basta attrezzarsi per fronteggiare qui da noi le conseguenze sociali, economiche, politiche della pressione migratoria. Occorre invece agire per spegnere laggiù l’incendio che spinge quelle popolazioni sventurate ad abbandonare le proprie case.

Ma, per restare sul tema delle attuali, drammatiche migrazioni di massa, non ci sono solo le popolazioni che fuggono dai Paesi incendiati dalle forze jihadiste. Ci sono anche quelle che si muovono spinte dal desiderio di lasciarsi alle spalle fame, miseria e, comunque, una totale assenza di prospettive, nonché dalla speranza di trovare da noi un futuro migliore.
Anche qui siamo di fronte a problemi giganteschi, ma è con questi problemi che la sinistra deve oggi misurarsi. Comprendendo che ciò che l’Europa dovrebbe fare nei confronti dell’Africa e dei Paesi da cui proviene l’emigrazione a motivazione economica è qualcosa di simile a ciò che gli Stati Uniti fecero nei confronti dell’Europa Occidentale dopo la Seconda Guerra mondiale: promuovere un “Piano Marshall” finalizzato a creare, nell’ambito di quel nuovo ordine mondiale cui abbiamo accennato, nuove prospettive di sviluppo globalmente valide e localmente apprezzabili.

D’altra parte, sul finire della Seconda Guerra mondiale non ci fu solo la conferenza di Yalta. Ci fu anche quella di Bretton Woods. Lo ricordo per sottolineare che già allora si capì che un nuovo ordine mondiale non poteva essere fatto solo di equilibri politici, ma aveva bisogno anche di poggiare su credibili equilibri economici. Allo stesso modo, oggi la sinistra neo-laburista dovrà tornare a pensare agli scenari economici globali, o, per dir meglio, ai nuovi equilibri economici globali possibili da qui almeno fino alla metà del secolo in corso. Il che è cosa più complessa di una mera analisi dei processi di globalizzazione.

Va però rilevato che, attualmente, nuovi elementi di instabilità segnano uno scenario economico caratterizzato da repentini mutamenti. Grazie anche alla guida politica di Obama, gli Stati Uniti sembrano essersi ormai avviati a un superamento della crisi manifestatasi in termini finanziari già nel 2007, e poi esplosa in termini produttivi e occupazionali nel 2008. Ma proprio quando la ripresa americana aveva cominciato a rasserenare il panorama economico mondiale, nuove perturbazioni si sono prodotte in altre aree.
Già nell’ultimo scorcio del secolo scorso, la Cina aveva assunto il ruolo di “fabbrica del mondo”. Lo ha fatto a partire dai suoi bassi salari, ma è diventata via, via capace di sfornare prodotti di qualità. Parallelamente, a puntare sui propri bassi salari per attrarre investimenti esteri, sono stati altri Paesi dell’area del Sud-Est asiatico. Oggi, per il sommarsi di fattori di diversa origine, lo sviluppo impetuoso dell’economia cinese rallenta, provocando crolli nei prezzi delle commodities, e creando nuovi elementi di disordine nelle relazioni economiche internazionali. Nel frattempo, sotto l’influsso di cause sia economiche che politiche, anche altri Paesi del gruppo dei cosiddetti Brics, come Brasile e Russia, vedono appannarsi le proprie prospettive di sviluppo.

In questo scenario, è bene che l’Europa torni a fare l’Europa. Comprendendo che la ripresa americana non basta a innescare la ripresa anche nei Paesi dell’Unione, ma prendendo atto di ciò che una politica economica volta al rilancio dello sviluppo è riuscita a fare negli Stati Uniti. Le politiche di austerità, perseguite da molti Governi europei, e rilanciate dalla Commissione nell’ultimo decennio, non hanno invece protetto i Paesi dell’Unione dalla crisi economica globale. Si può anzi dire che ne abbiano aggravato i costi sociali, specie per ciò che riguarda l’occupazione.
Cosa vuol dire, allora, per noi che vogliamo costruire una sinistra neo-laburista, affermare che l’Europa deve tornare a fare l’Europa? Vuol dire, innanzitutto, che l’Europa deve ritrovare il proprio ruolo nel mondo quale area ispiratrice di civiltà. Da questo punto di vista, come sinistra europea, non partiamo da zero. Possiamo ispirarci ad Altiero Spinelli, che assegnò all’Unione il compito di assicurare pace e mutua cooperazione ai Paesi del Continente. Possiamo ispirarci a Lord Beveridge, che è stato il primo a concepire il moderno Welfare State. E, venendo alle sfide poste da quella realtà instabile cui abbiamo accennato, possiamo ispirarci anche a Jacques Delors, che col suo Libro Bianco indicò in crescita, competitività e occupazione gli obiettivi che dovevano essere perseguiti dalla politica economica dell’Unione. Dando per acquisito che, per creare posti di lavoro, ciò che conta sono l’innovazione e gli investimenti, non la legislazione sul mercato del lavoro.
Rispetto a questa problematica, il nostro compito è dunque quello di aiutare l’Unione Europea a ritrovare la rotta, impostando un’azione che punti su una nuova fase di sviluppo animata da produzioni di qualità, e sia nel contempo capace di ridisegnare il Welfare. Perché quest’ultimo va certamente adattato a nuove esigenze, ma ha bisogno, appunto, di essere ripensato, ridisegnato, non ridimensionato.

La sinistra di governo, se vuole essere tale, deve infatti accettare le sfide del cambiamento. Come quella della necessità di costruire un nuovo rapporto fra diritti e doveri. Lo dico da sessantottino. Noi siamo stati la generazione dei diritti. Abbiamo dimenticato i doveri. Sono convinto che il venir meno della relazione fra diritti e doveri sia una delle cause della disgregazione sociale in atto. Dobbiamo dunque ripensare al tema dei doveri. Dobbiamo ripensare ai temi della gerarchia e dell’autorità. Sapendo che, sotto il profilo sociale, le questioni della giustizia e della certezza della pena sono ineludibili per chi si proponga di tutelare i più deboli. Non possiamo non vedere che oggi, proprio fra i più deboli, vi sono diffusi sentimenti di paura e di sfiducia verso la capacità dello Stato di tutelare i cittadini dalle violenze dei criminali. Da uomo di sinistra, sono contro la pena di morte, ma voglio la certezza della pena e chiedo pene giuste e quindi, se occorre, anche severe.

Bisogna dunque aggredire le cose dall’alto. Ripartendo dalla strategia, non dalla tattica. Sapendo che poi, ovviamente, bisogna avere la capacità di collegare la tattica alla strategia. Ma sapendo anche che, senza una riflessione strategica, la sinistra non ritroverà, in Europa, una sua autonomia, né una credibile capacità di proposta.
D’altra parte, così come oggi l’Europa è frantumata politicamente, allo stesso modo è frantumata la sinistra europea, al cui interno sono presenti esperienze e tendenze diverse. In quest’ambito, il nostro primo compito è dunque quello di ristabilire dei canali di comunicazione che consentano alle varie anime della sinistra europea di dialogare fra loro e di operare per una mutua comprensione.
Per fare un esempio, è evidente che l’impostazione politica iniziale di Tsipras era molto lontana dalla nostra. Ma bisogna ammettere che, in condizioni difficilissime e, comunque, diverse da quelle che abbiamo in Italia, alla fine ha avuto il coraggio e la capacità di fare ciò che fa un riformista: un compromesso. Forse, nella situazione data, il miglior compromesso possibile. Similmente Corbyn, che ha fatto inizialmente sfoggio di un radicalismo verboso, ha dato poi mostra, circondandosi di economisti apprezzati, di voler assicurare un ancoraggio più solido alla propria proposta politica.
Di fronte a questo panorama frammentato e variegato, abbiamo dunque anche quest’altro compito essenziale: dare concretezza a una sinistra che non si lasci affascinare da nessun estremismo e che, allo stesso tempo, non si abbandoni né a un inconsapevole nuovismo, né a uno stato di non dichiarata sudditanza culturale verso i dogmi del neo-liberismo. E che lavori, invece, per affrontare i problemi del presente e del futuro alla luce dei suoi valori fondativi.

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