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PROPOSTE PER LA FORMAZIONE INIZIALE E PERMANENTE

Sviluppare l’articolazione dell’offerta formativa iniziale garantendo qualità, integrabilità, equivalenza formativa a tutti i percorsi...


1 – Sviluppare l’articolazione dell’offerta formativa iniziale garantendo qualità, integrabilità, equivalenza formativa a tutti i percorsi
 
 Le modalità di realizzazione dell’ obbligo di Istruzione /Diritto Dovere formativo fino a 18 anni devono assicurare lo sviluppo di percorsi di qualifica coerenti e di pari dignità rispetto ai percorsi scolastici che consentano ai giovani di proseguire fino ai puù alti livelli di formazione e di istruzione.
Per dare effettività all’obbligo di Istruzione /Diritto Dovere formativo è necessario stabilire che fino a 18 anni l’apprendistato sia l’unico canale di inserimento nel lavoro.
I percorsi alternativi propri dell’obbligo per assicurare un principio di equivalenza formativa rispetto ai percorsi di istruzione secondaria vanno progettati in una logica di continuità, secondo filiere integrate verso l’alo fino alla formazione superiore tecnico-professionale. 
Assicurare a tutti i giovani – “nessuno escluso” – il conseguimento di titoli e di qualifiche utili al proseguimento degli studi, all’inserimento sociale e professionale, all’accesso – da adulti – alle opportunità del lifelong learning, comporta dismettere finalmente l’idea tradizionale che affida questi obiettivi  esclusivamente all’istruzione di tipo scolastico . Il tasso ancora molto alto di esclusione formativa che caratterizza il nostro paese – un ragazzo su cinque finisce prima o poi nel bacino degli early leavers -  non si spiega solo con i difetti del nostro sistema scolastico, che pure ci sono e sono molto acuti fin dalla scuola media, ma anche con un’insufficiente articolazione dell’offerta formativa dopo la conclusione della scuola dell’obbligo. Hanno risultati migliori i sistemi di altri paesi che hanno saputo declinarla secondo la pluralità delle attitudini, aspettative, stili di apprendimento dei ragazzi, lavorando sull’equivalenza dei risultati formativi, sullo sviluppo e sulla certificabilità in ogni percorso delle competenze-chiave, sui dispositivi di passaggio tra i diversi canali, sui servizi e sulle azioni di orientamento e di accompagnamento nel quadro di un sistema unitario e coordinato.
 
 
1.1    I percorsi triennali
 
Il riconoscimento governativo ai fini dell’assolvimento dell’obbligo di istruzione dei trienni di qualifica avviati sperimentalmente con l’accordo Stato-Regioni del 2003 – ha chiuso una querelle di natura prevalentemente ideologica che si era protratta a lungo, prima e dopo l’innalzamento a 16 anni dell’obbligo di istruzione, con effetti di forte diversificazione delle politiche regionali. L’esperienza compiuta dove Regioni e Uffici Scolastici regionali hanno molto investito su questo tipo di offerta ha dato del resto esiti positivi dal punto di vista della riduzione degli abbandoni, del conseguimento delle qualifiche professionali concordate a livello nazionale e anche , in molti casi, dal punto di vista dei rientri nei percorsi dell’istruzione scolastica. Ma è stato solo un primo passo. Stabilizzare questo tipo di offerta ( oggi gli allievi dei percorsi triennali sono circa 130.000 ) e svilupparne tutte le potenzialità richiede d’ora in avanti il reperimento di risorse economiche e di altra natura finalizzate a
 
• realizzare l’ equilibrio tra domanda e offerta ( in diversi casi insufficiente rispetto non solo alla domanda potenziale ma anche a quella esplicita )
• sviluppare i percorsi “ in alto “ ( quarto anno ) nella prospettiva di un collegamento con lo sviluppo dell’istruzione/formazione terziaria non accademica
• assicurare ai percorsi una densità educativa, mirata al conseguimento di solide competenze di base – e dunque non solo all’occupabiità ma anche alla “capability “ che tuttavia non scolasticizzi  eccessivamente una formazione che deve caratterizzarsi rispetto a quella scolastica per la centralità dell’apprendimento in contesti operativi e per il collegamento diretto con il mondo del lavoro e delle professioni
• rivedere le qualifiche in riferimento alla prossima ridefinizione dei profili professionali in uscita dell’istruzione tecnica e professionale tenendo conto – come per tutti i percorsi professionalizzanti di istruzione e formazione – dei probabili mutamenti che l’uscita dalla crisi determinerà negli assetti produttivi e tecnologici anche dei settori più tradizionali come il manifatturiero
 
Lo sviluppo e la qualificazione – a partire dalla definizione dei LEP – dei sistemi locali di formazione professionale ( che comporta il superamento delle grandi disomogeneità territoriali e la definizione di criteri/regole condivise perché le qualifiche in uscita siano titoli riconosciuti nell’intero contesto nazionale e comparabili nel contesto europeo ) è una strategia della massima importanza sia in sé sia tenendo conto dei probabili effetti di scoraggiamento al proseguimento degli studi nei percorsi scolastici di quella quota di studenti che si sono finora iscritti agli istituti professionali perché interessati a conseguire in un ciclo solo triennale competenze e titoli spendibili a breve nel mercato del lavoro.
 
Si tratta di un terreno di iniziativa su cui pendono, in questa fase, numerose variabili - ovvero difficoltà e problemi -  dovuti tra l’altro agli effetti degli interventi del governo sulle risorse FSE di competenza delle Regioni : e tuttavia di un terreno della massima importanza, sia per proseguire nelle azioni di contrasto degli abbandoni sia  in considerazione delle conseguenze che , a partire dal 2010-2011, deriveranno dall’eliminazione negli istituti professionali della tradizionale articolazione del cosiddetto 3+2.    
 
E’ necessario finanziare i percorsi che si realizzano all’interno del sistema formativo regionale alla stessa stregua di quelli che avvengono  nel sistema scolastico. Questo non è un problema che riguarda il bilancio del Ministero della Pubblica Istruzione ma un problema del Bilancio pubblico generale, che dovrebbe erogare alle Regioni le risorse per finanziare in modo sistematico (e non attraverso progetti di varia natura) anche le scelte dei giovani, previste dalla legge sul diritto-dovere, indirizzate alla formazione professionale.
Se così non è, si introduce una grave discriminazione a danno dei soggetti più deboli, la cui alternativa finale, non avendo a disposizione le opportunità formative prescelte, è l’abbandono

 
1.2    Gli istituti professionali
 
L’articolazione degli Istituti professionali: l’organizzazione temporale (2+2+1) proposta per gli Istituti professionali scardina quel 3+2 che aveva indotto centinaia di migliaia di ragazzi a prendere una qualifica e poi a proseguire gli studi. Gli istituti professionali sono stati il più importante canale di mobilità culturale e sociale della scuola italiana. Con questa proposta perdono questa caratteristica. O mantengono una fisionomia fortemente assata sulla qualifica, in raccordo con le Regioni o è difficile capire quale sia la differenza con gli Istituti tecnici. Il gravissimo rischio che si corre è che tanti ragazzi/e, soprattutto in quelle Regioni (la grande maggioranza) che non sono in grado di proporre percorsi formativi in grado di rispondere alle precedenti caratteristiche degli IP, si perdano per strada ed interrompano gli studi.
 
L’istruzione professionale che, a differenza di quella tecnica, non ha subito emorragie a favore dell’istruzione liceale, ha visto finora tra i suoi iscritti una sovrarappresentazione di studenti in ritardo scolastico, di disabili e, nelle regioni del centro-nord, di studenti di origine straniera che, a fronte della sua quinquennalizzazione, potrebbero essere indotti a uscire dal sistema se non dovessero trovare alternative credibili e attraenti. Si tratta, come noto, di un settore scolastico tutt’altro che marginale in termini numerici ( 23% della scolarità superiore ) che, sebbene con molte difficoltà testimoniate da un tasso molto alto di insuccessi scolastici, ha però saputo intercettare l’utenza più debole e, in molti casi, rimotivare una parte dei qualificati ad arrivare al diploma e a proseguire anche oltre. Svolgendo così un ruolo prezioso in termini sia di inclusione/promozione sociale sia di preparazione/accompagnamento all’inserimento professionale : con risultati apprezzati anche dal mondo delle imprese.
 
Le ipotesi di riordino relative all’istruzione professionale devono misurarsi, da un lato, con il superamento di possibili sovrapposizioni, negli stessi contesti territoriali, con istituti tecnici riferiti agli stessi ambiti di professionalità ; mentre, dall’altro, si devono risolvere i problemi connessi all’erogazione delle qualifiche professionali triennali in regime di sussidiarietà con le Regioni. Un regime che dovrebbe avere carattere transitorio ( anche se bisogna tenere conto della diversa geografia educativa del paese ), ma che dovrebbe nel contempo sollecitare le Regioni a dare valore e a sviluppare un “proprio” sistema locale di formazione professionale, tanto più in vista di un federalismo che cambierà molte cose, anche nel campo dell’istruzione scolastica.
 
Vale la pena di sottolineare ,  a fronte di un quadro così complesso e così problematico anche dal punto di vista dell’inclusione sociale, la straordinaria disattenzione, fino a questo momento, di molti degli attori istituzionali, politici, professionali che operano nel campo dell’education. Non è, francamente, un buon segnale.
 
 
1.3    La formazione superiore e l’alta formazione

Lo sviluppo e il consolidamento di un canale stabile e efficiente di istruzione e formazione superore (Ifts) che si è affiancato ai corsi di postdiploma esistenti per assicurare la preparazione di risorse tecniche qualificate, che finora ha trovato realizzazione troppo limitata rispetto ai fabbisogni, nonostante la collaborazione tra scuola secondaria superiore, agenzie formative accreditate, imprese e Università.
In questo senso va lo sviluppo e la disseminazione di Poli formativi, nei quali viene offerta una pluralità di opzioni formative, in grado di valorizzare la cultura del lavoro, di prevenire i fenomeni di insuccesso scolastico, con particolare attenzione al disagio sociale  e di favorire il raccordo tra formazione e lavoro, tenendo conto della domanda sociale e delle prospettive occupazionali ed economiche del territorio.
In questa direzione devono essere estese le iniziative volte a rispondere ai fabbisogni dei cittadini con istruzione medio alta attraverso l’erogazione di voucher formativi da raccordarsi ai cataloghi di alta formazione promossi dalle Regioni, con l’attivazione di Master, corsi di alta formazione, lauree triennali, ecc.
 
2.L’apprendimento lungo tutto il corso della vita

Il PD ha proposto in Parlamento due proposte legislative sui temi dell’apprendimento lungo tutto il corso della vita che riprendono aggiornandoli i testi già presentati nella passata legislatura in un’ottica integrata tra ministeri competenti e regioni e con un consenso bipartisan.
Tali testi danno al diritto alla formazione permanente strumenti di realizzazione come il riconoscimento e la certificazione degli apprendimenti formali non formali e informali, sistemi di orientamento congrui, congedi retribuiti e permessi per la formazione, adeguati finanziamenti e momenti programmatori attraverso un piano nazionale.
La proposta dovrebbe essere l’occasione per aprire almeno una discussione e per costruire una qualche iniziativa su un tema tanto evocato dalla retorica  politica sulla società della conoscenza quanto disertato dal discorso pubblico sull’education . Una diserzione a dir poco curiosa, non solo in confronto  con la centralità attribuita nel contesto europeo alle strategie del lifelong learning – condizione decisiva per la cittadinanza attiva e per l’occupabilità , come recita il Memorandum europeo del 2000 – ma anche per la loro oggettiva rilevanza in un paese che ancora soffre dei ritardi che si sono avuti per decenni  nello sviluppo della scolarizzazione di massa.
 
Sono evidenti, per esempio, le relazioni che intercorrono tra i deficit in istruzione che caratterizzano quote  ampie della popolazione adulta, anche delle fasce più di età più giovani, e i risultati scolastici inadeguati o problematici di tanta parte dei ragazzi in età scolare. Ed è ancora la poca familiarità con l’apprendimento strutturato e formale che contribuisce a spiegare la scarsa propensione della maggior parte degli adulti, anche occupati, ad utilizzare le opportunità di formazione permanente nel lavoro e fuori. E’ un fatto, inoltre, che il decrescente peso specifico delle coorti giovanili rispetto all’insieme di una popolazione che invecchia determina delle specifiche emergenze : se da un lato, infatti, i processi di crescita culturale e professionale dei giovani non possono da soli trainare quel rapido incremento dei livelli medi di istruzione e qualificazione dell’insieme della popolazione adulta che sarebbe auspicabile (  e tanto meno considerando l’alto tasso di esclusione formativa prodotto dai nostri sistemi educativi )  ; dall’altro si fanno sempre più stringenti nuovi bisogni formativi  connessi a ciò che viene definito “l’invecchiamento attivo “.
 
Misurarsi con i temi del lifelong learning implica un approccio non circoscritto alla sola formazione professionale continua, cioè agli interventi di aggiornamento/implementazione delle competenze professionali degli occupati in vista dell’efficacia/efficienza delle prestazioni e, nei casi migliori, dello sviluppo dell’occupabilità. Si tratta, in sostanza, di dotarsi di politiche di tipo sistemico capaci di rendere effettivo il diritto di tutti all’apprendimento lungo tutto il corso della vita agendo sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta ; coordinando e facendo interagire le diverse tipologie di offerta organizzate dall’istruzione, dalla formazione professionale, dalle aziende e dalle parti sociali, dal privato sociale, sviluppando e qualificando le iniziative positive promosse a livello locale per l’educazione degli adulti attraverso cataloghi formativi, voucher, e incentivando in particolare la partecipazione dei soggetti a più bassa scolarità che pur avendo un bisogno molto forte di formazione sono quelli che hanno più difficoltà a utilizzare questi strumenti   attivando dispositivi per la certificazione delle competenze, anche non formali ( come quelle che si acquisiscono nel lavoro), per rendere possibili i rientri formativi e il riconoscimento di quello che effettivamente si è appreso.
 
 
Le proposte del PD in parlamento hanno bisogno per diventare orientamenti condivisi di una discussione che ancora non c’è stata, e che sembra urgente , con l’insieme degli attori istituzionali ,sociali, professionali direttamente coinvolti.
Occorre sottolineare, infatti, che sebbene ci sia un’effettiva esigenza di dotarci come paese di una norma –quadro nazionale, è altrettanto necessario intervenire con determinazione e competenza in tutti i campi dove si sta giocando la partita : le politiche dello Stato, delle Regioni e delle Autonomie Locali, i Fondi Interprofessionali per la formazione continua e le relazioni contrattuali, le strutture e le agenzie per la formazione degli adulti nella scuola, nella formazione professionale, nell’università, nel privato sociale formativo.
 
E’ inoltre della massima urgenza che l’approccio del lifelong learning  incida sulla partita ammortizzatori sociali – politiche attive del lavoro  che si sta spalancando in queste settimane per effetto della recessione.
 
3. La questione degli standard di qualità del sistema di Istruzione e Formazione Professionale.

Esprimere, accertare, valutare e accreditare la qualità del sistema o di aspetti di esso da un lato e dall’altro migliorare l’organizzazione, l’integrazione e l’intervento pedagogico delle istituzioni educative sollecitandone  l’articolazione e l’integrazione  dei percorsi costituiscono due questioni chiave, tra di loro intrecciate cui la valutazione è chiamata a dar risposta individuando, di volta in volta le strategie e gli strumenti più opportuni.
L’esperienza europea può orientarci verso la risoluzione di tali problematiche,  indirizzandoci  verso la costruzione di un sistema di Istruzione di qualità, valutabile, flessibile ed articolato, che può comportare effetti positivi sul piano delle opportunità formative e quindi della promozione sociale degli individui .
Allo scopo di garantire a tutti i giovani un’effettiva eguaglianza di opportunità e il rispetto su tutto il territorio nazionale di diritti costituzionalmente garantiti come quelli alla formazione ed all’orientamento, seppure all’interno di percorsi differenziati, appare necessario quindi:
- verificare a livello regionale e nazionale il rispetto dei livelli minimi di funzionamento indicati nella normativa sull’accreditamento definita dall’accordo Stato Regioni del 20 marzo 2008 e dal decreto del Ministero della Pubblica Istruzione del 29/11/2007; in particolare supportando l’attuazione di dispositivi di accreditamento maggiormente orientati alla valutazione degli esiti Professionali e Formativi.
 Si tratta, quindi, di passare da un sistema di accreditamento tradizionalmente orientato all’accertamento di elementi oggettivamente rilevabili riguardanti il contesto strutturale, economico e gestionale del soggetto formativo, ad un dispositivo in grado di valutare  il processo educativo- didattico e gli esiti professionali e/o occupazionali.
- definire standard omogenei a livello nazionale, in termini di conoscenze, abilità e competenze  ed in coerenza con il Quadro Europeo delle qualifiche, per il rilascio delle qualifiche al termine del percorso formativo,;
- coinvolgere esaminatori esterni, professionalmente competenti, nel processo di accertamento delle conoscenze, capacità e competenze possedute dagli allievi al fine del rilascio delle qualifiche professionali;
- utilizzare prove oggettive di apprendimento per verificare la congruità degli apprendimenti degli allievi al termine del percorso obbligatorio rispetto agli obiettivi minimi di conoscenze/competenze di cittadinanza stabiliti dal regolamento sull’obbligo d’istruzione. Tali prove dovrebbero tener conto anche dei livelli di ingresso degli allievi nel percorso formativo.

 
 



 

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