I numeri dell’occupazione: il mercato del lavoro italiano in un’Europa lontana e divisa

Questo Report del Centro Studi di Lavoro&welfare e di Studio Labores presenta analisi ed elaborazioni, su dati Eurostat, Inps, Istat aggiornati a novembre del 2025, sull’andamento dell’occupazione in Europa e in Italia.

INTRODUZIONE

di Cesare Damiano

Questo Rapporto, curato per Lavoro&Welfare e per lo Studio Labores da Bruno Anastasia, ci offre il punto sull’andamento dell’occupazione, aggiornato a novembre 2025, nell’ambito dell’Unione Europea e in Italia.
Negli ultimi cinque anni l’occupazione in Italia è cresciuta. Di circa un milione di unità tra 2019 e 2024 e di altre 200mila nell’anno in corso. Presa a sé stante questa è un’ottima notizia. Certamente è positiva, ma messa nel contesto europeo il suo valore si ridimensiona di molto.
Si può, in primo luogo, affermare che, per quel che riguarda il mercato del lavoro, l’Europa è lontana. E anche che l’Europa è divisa.
Lontana perché la performance del mercato del lavoro italiano è inferiore sia in confronto al tasso di occupazione dell’Unione sia a quella di altri singoli Paesi. E lo è ancor di più – spiega la prima parte del rapporto – passando dalla quantità numerica alla popolazione interessata, ossia al tasso di occupazione. Che dimostra, come dicevamo, che l’Europa è divisa. La Spagna, ad esempio, che segna la crescita maggiore in numeri assoluti, intorno ai 2 milioni e mezzo nei cinque anni – 600mila dei quali nell’ultimo anno, per un +12,4% – ha visto crescere la propria popolazione, tra il 2019 e il 2024, di oltre un milione e mezzo di residenti. L’Italia ne ha persi, nello stesso periodo, circa 800mila. Non siamo quelli che, da questo punto vista, sono nella condizione peggiore, visto che la perdita di popolazione in Polonia ha sfiorato il milione e mezzo di unità e l’andamento dell’occupazione è statico.
È inevitabile, in questo senso, osservare che, sul piano demografico, l’Europa è divisa in due: da un lato (si veda per questo la nota 3 a pagina 6), la popolazione cresce nell’Occidente e nel Centro-Nord dell’Unione; diminuisce invece in Italia e in tutti i Paesi dell’Est. Altre situazioni di confronto vanno considerate perché si basano su presupposti diversi: la Germania, ad esempio, per crescita del tasso d’occupazione è sotto della metà rispetto alla media Europea, un punto e mezzo contro tre. Ma il suo tasso d’occupazione è in assoluto superiore: nel secondo trimestre 2025, 77,5 contro il 71,1 della media dell’Unione.
La prima parte di questo Report presenta numeri esaurienti anche sull’andamento dell’occupazione per classi d’età. Da mettere in evidenza quanto l’Italia, che è sotto la media europea per tutti i segmenti demografici, sia lontanissima dalla media europea per l’occupazione giovanile, tra 15 e 24 anni, anche nel secondo trimestre dell’anno: 18,2% contro il 34,8.
Dunque l’Italia cresce: a settembre si registrano oltre 24 milioni di occupati sia nel dato grezzo che in quello destagionalizzato. Ma contestualizzando i numeri la situazione si presenta concretamente meno esaltante di come venga presentata dalla comunicazione governativa. Anche il contributo della popolazione femminile è insufficiente, fermo intorno al 42 e mezzo per cento di tasso d’occupazione.
Da considerare con attenzione, attraverso l’analisi della Rilevazione continua sulle forze di lavoro prodotta dall’Istat, la variabilità dell’incidenza del lavoro autonomo, di quello a tempo determinato e di quello permanente a tempo indeterminato esposta nella seconda parte del Report. Se l’offerta di lavoro – anche per ragioni demografiche – si va rarefacendo e il mismatch si allarga, le imprese sono indotte a potenziare forme di reclutamento incentivanti, stabili e fidelizzanti pur di evitare l’insicurezza del turnover: ed ecco che, a fronte di quel 18% di occupati della fascia più giovane, la fascia tra i 55 e i 64 anni sfiora – sempre nel secondo trimestre dell’anno – il 61%. Ciò, mentre prosegue la tendenza generale alla terziarizzazione dell’economia a danno dell’attività industriale.
Il Report ci offre anche un’interessante analisi del peso della popolazione immigrata, in particolare modo maschile, sul mercato del lavoro.
Un piccolo segnale d’allarme, da tenere sotto controllo, viene dal tasso di disoccupazione. Se esso è sceso con costanza a partire dal 2021, portando i disoccupati da 2 milioni e mezzo a un milione e mezzo, nei primi nove mesi del 2025 la quantità ha preso ad oscillare, toccando il milione e 700mila persone senza lavoro. Le prossime rilevazioni ci diranno in che direzione andiamo.

 

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