Il punto è una vera e propria violazione dei principi costituzionali nella normativa attuale, la quale prevede tempi incongrui affinché il lavoratore riceva la liquidazione.
Il 5 marzo, la Corte Costituzionale è intervenuta, ancora una volta dopo la sentenza numero 130 del 2023, sulla questione della dilazione dell’erogazione del Trattamento di Fine Servizio ai dipendenti pubblici. Qual è la questione? Ebbene, il punto è una vera e propria violazione dei principi costituzionali nella normativa attuale, la quale prevede tempi incongrui affinché il lavoratore riceva la liquidazione. Vediamo i dettagli. Quando un lavoratore va in pensione riceve, in varie forme, quello che si chiama “salario differito”. Si intende con questo quanto è stato trattenuto e accantonato nel corso della carriera. Ossia, da un lato, i contributi pensionistici, dall’altro quanto viene corrisposto dal datore al dipendente al termine del rapporto di lavoro. Quella che, insomma, nel linguaggio comune, viene definita liquidazione. Si deve, tra l’altro, osservare che esistono differenze tra i lavoratori. A partire dalla distinzione che, in questo campo, divide i dipendenti pubblici da quelli privati. Tuti i lavoratori delle categorie private ricevono il TFR (Trattamento di Fine Rapporto). I dipendenti pubblici ricevono, invece, il TFS (Trattamento di Fine Servizio), a parte quelli assunti dopo il 31 dicembre 2000 ai quali si applica la disciplina del TFR. Qual è la differenza tra queste due forme di liquidazione? In estrema sintesi, il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) è un elemento della retribuzione del lavoratore, accantonato mensilmente dal datore di lavoro, il cui pagamento viene differito fino al momento della cessazione del rapporto di lavoro. Momento nel quale, in linea di massima entro 45 giorni, il dipendente privato riceve quel salario differito che è stato accantonato a suo favore. Per i dipendenti pubblici la questione della liquidazione del TFS o del TFR si fa, per le norme vigenti, assai più complessa. Qui, i tempi assumono scansioni temporali diverse ed estremamente svantaggiose per i lavoratori: 90 giorni più 12 mesi per coloro che accedono al pensionamento di vecchiaia, al limite di servizio o in caso di decesso; 90 giorni più 24 mesi per le dimissioni volontarie, il licenziamento o la fine d’un contratto a tempo determinato. Oltre questo, il lavoratore subisce anche forme di rateizzazione della liquidazione. Se, infatti l’importo supera i 50mila euro, il pagamento è dilazionato in due o tre rate annuali. E nel caso di pensionamento anticipato i termini decorrono dal raggiungimento dell’età pensionabile teorica prevista dalla legge. Attualmente, per la legge Fornero, si accede alla pensione di vecchiaia a 67 anni con almeno 20 anni di contributi. Una situazione che, insomma, discrimina i dipendenti pubblici che, in definitiva, devono attendere tempi incongrui per riceve del denaro che non appartiene allo Stato ma a quei lavoratori stessi. Cosa ha affermato la Corte Costituzionale nell’ordinanza del 5 marzo? Essa rinvia al 14 gennaio 2027 la decisione della Corte sulle questioni di legittimità costituzionale relative al differimento e alla rateizzazione del Trattamento di Fine Servizi per i dipendenti pubblici cessati per limiti di età o servizio. Perché la Consulta ha rimandato la decisione? Il punto è concedere al legislatore tempo per intervenire, superando le norme che violano la Carta, in particolare l’articolo 36, in modo da mantenere un equilibrio tra l’esigenza di corrispondere al lavoratore la retribuzione che gli spetta e quella di salvaguardare la sostenibilità finanziaria per le casse pubbliche. Perché qui sta il problema. Come osserva un comunicato congiunto di Cgil Nazionale, dei sindacati dei dipendenti pubblici Flc-Cgil e Fp-Cgil e di quello dei pensionati Spi-Cgil, “lo Stato continua a trattenere per anni risorse che appartengono alle lavoratrici e ai lavoratori pubblici, trasformando il trattamento di fine servizio in una sorta di prestito forzoso allo Stato. Un vero e proprio sequestro del salario differito di chi ha lavorato una vita nella Pubblica Amministrazione che, anche a causa dell’inflazione registrata negli ultimi anni e dell’assenza di meccanismi di rivalutazione, ha comportato una perdita reale di valore delle somme spettanti, arrivando a sottrarre mediamente ai lavoratori pubblici fino a circa 20mila euro. Non è un caso che abbiamo avviato in questi anni un ampio contenzioso legale per contestare questa normativa e tutelare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici”. Se l’equilibrio dei conti pubblici è un obiettivo, in sé ragionevole, esso va perseguito con metodi altrettanto ragionevoli. Trattenere con la forza e per lungo tempo la liquidazione di chi ha lavorato, tra l’altro servendo lo Stato stesso, non è per nulla ragionevole. Ora il Governo ha dieci mesi per riorganizzare la normativa prima di un drastico intervento della Corte Costituzionale. Speriamo che l’Esecutivo non creda di poter ulteriormente aggirare l’avvertimento dalla Consulta.

